Carlo Magno e il Cacio al fuso

Il fatto che il formaggio utilizzato per giocare a Cacio al Fuso sia piaciuto a Carlo Magno (anche gli imperatori hanno i loro gusti!)  non ha niente d’eccezionale, è invece straordinario che l’episodio tutto sommato di scarsa rilevanza che vi racconteremo tra poco si sia tramandato per oltre un millennio; il che fa pensare che qualcosa di vero in ciò che è stato tramandato dev’esserci!

Nella primavera dell’800 pare che Carlo Magno abbia attraversato la Penisola per raggiungere Roma e farsi incoronare da Papa Leone III, imperatore del Sacro Romano Impero.

Durante una delle soste fatte durante la sua discesa, in un piccolo borgo senese che nel tempo sarebbe diventato noto col nome di Pienza, decide di accettare ospitalità, insieme a qualcosa da mangiare, da un abate di un vicino monastero. Ma la cena è parca: niente più di qualche fetta di pane da insaporire con del formaggio del luogo.

 

 

L’abate si aspetta severe reprimende dall’imperatore per non essere riuscito a mettere in tavola cibi più consoni alla nobiltà dell’ospite, e invece accoglie con sorpresa e soddisfazione i complimenti di Carlo per quel formaggio pecorino dal sapore così sapido. Anzi, ne chiede qualche forma da portare con sé per il viaggio.

A Pienza spiegano volentieri le ragioni per cui quel loro formaggio è tanto buono: perché le pecore che pascolano nei prati delle colline che circondano la cittadina si cibano di tre qualità di erbe – il mentastro, il barbabecco e l’ascenzio – che solo qui si trovano mescolate nelle giuste proporzioni.

 

 

Date queste premesse non meraviglia che il pecorino di Pienza sia circondato da una specie di culto e che in suo onore si organizzi, da secoli, una festa.

Come e quando sia nata, non è dato saperlo. Quella che vediamo attualmente è forse il frutto di lente elaborazioni occorse nello srotolarsi dei secoli. E piace pensare che il gioco del Cacio al fuso sia nato nella grande aia di qualche casa colonica adagiata in una delle mille pieghe di quelle dolci colline.

 

 

Il cacio al fuso un’antica tradizione del passato contadino della Val d’Orcia – Pienza, nasce quando a sfidarsi nelle cucine erano i contadini della valle. Probabilmente fu inventato dai pastori o dai fattori che producevano formaggio, i quali, per controllare la bontà dei loro prodotti, battevano sulla forma per sentirne il suono sperando di non provocarne la rottura che ne avrebbe decretato una qualità inferiore. Questa consuetudine si è poi trasformata in una pratica ludica per rendere questo un momento conviviale e divertente.

Si acquisiscono punti solo se la forma di cacio si ferma dentro i cerchi concentrici appositamente disegnati intorno al fuso posto nel centro della Piazza. Il giocatore effettuerà il tiro tenendo obbligatoriamente la mano dentro l’apposito tappeto. Il punteggio acquisito sarà comunque deciso dal giudice arbitro.

Sono passati gli anni e i secoli, il gioco ha acquisito quella nobiltà che solo il tempo può conferire e dalle modeste aie delle case coloniche è passato nella piazza più bella di Pienza, quella dedicata al suo uomo più illustre, Enea Piccolomini, ovvero Pio II.

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